quell'eretto genitore fa tanta pena,
si consumano saluti affettuosi,
mettonsi da parte argomenti riottosi.
Si carica l 'ultima busta,
l'anima si fa sempre più robusta,
arrivederci al prossimo anno,
o magari forse a Capodanno.
La città richiama i suoi soldati,
si sale a bordo come condannati,
e' sempre il solito rituale,
un colpo di clacson e direzione tangenziale.
La prima marcia è stata innestata,
la frizione pian piano sollevata,
nell'abitacolo sembra scorgere Caronte,
la targa si è già persa all'orizzonte.
Sono confusa, non sai quanto
i miei occhi dall'aria tranquilla
aprono e chiudono celando pianto
ma osservando te, iride sfavilla.
Diventi piccino sul mio petto
ferisci con lusinghe e inganno
inietti veleno come un insetto
mi fai male e mai ti condanno.
Ora sei qua sfacciato irridente
un falco pronto a ghermire
la preda senziente e gaudente
che ahimè s'appresta a morire.
Poi tutto finisce e vai lontano
planando ritorni al tuo nido
disertando come un villano
lasci nel campo solo feriti.
Invano vado cercando il tuo sussurro, il mio destino
Come mare in tempesta la vita,
incalza, danzando.
Tu sei la mia ispirazione,
sei bellezza, dolcezza inesauribile;
mi hai rubato l’anima e il cuore,
in punta di piedi sei entrata
a sconvolgere le mie giornate,
mi sono affezionata a te, dolce alleata!
Tu mi fai piangere ed emozionare,
mi accarezzi con le tue parole,
mi confondi la mente e il cuore.
Io romanticamente vorrei abbandonarmi,
nel silenzio sentire la tua aria,
i tuoi profumi nel profondo mare.
Tu sei qualcosa di speciale,
nel mio mondo vorrei farti entrare,
allontanare la malinconia,
giocare sempre con la fantasia.
Perdermi...
nell’infinita dolcezza,
come un mare di tenerezza.
Sono conchiglia leggera e trasparente,
in mezzo al tuo mare verdazzurro lucente,
tappeto ricamato su ali, chetamente fuggente.
L’affetto unisce i cieli all’istante.
Prendimi, voglio volare con te!
Farmi travolgere dalla tua onda,
naufragare d’infinito con te!
ma non so più
dove posare gli occhi.
Il mio guardo è stanco
di osservare affetti
dietro lamine di vetro.
Cerco nel vuoto
quel senso
che ha dato inizio
a questa dura distanza
ma di esso
non vi è traccia.
Vado girovagando
con la mia mente
invano senza meta
senza sapere
dove andare
dove poter arrivare.
E ripenso
ai giorni andati
momenti in cui
si desiderava vivere
ogni sentimento,
ogni libertà
ma vinti
da ozio e ostilità
si dava spazio
a pigrizia e banalità.
Rinchiusi
in quattro mura
in compagnia solo
di forzata solitudine
con nostalgia
ritorniamo a quei giorni
passati
ma in fondo
non tanto lontani.
Un susseguirsi di giorni asettici
per i miei sogni convalescenti.
Pronti a riprendere il volo
al solo aprirsi di un anta.
Non voglio dirti che li hai feriti.
Così li nascondo in una stanza
chiamata orgoglio.
Non devi piangere guardando i miei occhi
-pupille di ghiaccio in ampolle di cristallo-
Sembrano persi in orizzonti deviati.
Forse tu, mio mondo desiato,
un giorno, per magia, mostrerai le tue Rive.
dopo anni
a mirar la Luna.
Quella stessa Luna
alla quale ho parlato
col cuore colmo
di sogni e di speranze.
Ora muta la osservo
chiedendo alle Stelle
se scrutando nei miei occhi
ella legga il supplizio
dell’anima mia.
E attendo l’alba
di un nuovo giorno
stravolta da domande,
chissà se avranno mai
risposte per rischiarire
la mia oscurità.
non più accolto come una star,
mi siedo al tavolo vicino al corso,
ed e' proprio come l' anno scorso.
I Righeira mi fanno un baffo,
in loro onore prenderei una Raffo,
ma opto per la mia granita al limone.
l' acre gusto si sposa meglio col mio magone.
La assaporo molto lentamente,
dinanzi a me passa la solita gente,
fotografo i movimenti e i vari odori,
che sederanno i miei autunnali malumori.
La cannuccia ormai più non tira,
neanche se provo a cambiare mira,
non è più tempo di granite,
le vacanze ahime' son finite!
Occhi sbarrati e spenti
di corpi erranti, assorti
in lucidità surreale.
Un tempo celati e rinchiusi
dietro cancelli e cemento;
d’ogni dignità denudati,
rei d’esistenza irrazionale.
Or abbandonati alla deriva,
su luridi cigli delle vie, dell’umana
indifferenza dei diversi.
in movimento,
da lontano arrivano in cerca di lavoro,
questo è quello che sento!
Talvolta arrivano per sfuggire alla fame,
alla guerra, alle ingiustizie.
Come gregge anch’essi
cercano pascolo verdeggiante,
pane, un sorriso, un po’ di umanità.
Perché umanità non è più un valore
in questa oscura società,
dove brilla denaro e potere, ammaliatore.
Vergognati Uomo!
Emigrante è tuo figlio, tuo fratello
partito dalla sua Itaca con tante illusioni.
Sparse sulla via trova tante chimere,
false, opprimenti il suo cuore.
Miraggio di lavoro onesto,
Cercasi...
Quando trovi il lavoro
lunghe file dopo un lungo viaggio,
speranze sospese al cielo
come stelle cadenti.
Brividi freddi, nella notte scura
senza stelle, senza luna.
Neanche una carezza, una parola di tenerezza.
La durezza di questi tempi non ci deve far perdere
l’amore nei nostri cuori.
Domani l’aurora darà la speranza,
il sole porterà la luce e darà a tutti un ancoraggio!
le carezze della sua sposa, anche nel deserto.
Una sposa vissuta nel suo cuore che
germoglia sempre in primavera!
Una primavera che si alimenta di
odorosi banchetti colorati,
che vive nel respiro dell’aria, nel sorriso del cielo.
La sposa vive, del suo cuore pulsante che
freme ogni volta,
dal desiderio dell’incontro tra lei e il suo riflesso!
La sposa conosce i sentieri del cuore,
Un cuore che nasce per vivere
l’incontro tra il desiderio e l’attimo fuggente,
tra gli occhi del cielo e il sorriso della luna,
tra l’incanto di una emozione
e il disincanto di un bacio!
Il capriccio di un amante
è quello di vivere gli occhi di un bambino
e il cuore degli gli amanti, piccoli fanti della notte,
che porgono il loro cuore su un letto di un fiume
parlando di cose che la mente non può capire!
Gli amanti sono i signori della notte,
si vedono l’un nell’altro,
si vedono come l’acqua al sole,
il cielo e il sole,
Vivono, sognano, si tengono la mano,
tenendosi stretti stretti, l’uno l’altro,
i propri sogni, le proprie speranze,
che sono scrigni del loro esistere,
del loro vissuto.
Sono piccoli frammenti di vita
incastonati tra le vie del cuore
che sa
più scava a fondo
e più il cielo si fa mare,
e il mare si fa cielo!
si rincorrono
in giochi spensierati.
Sorrisi allegri
si raccontano
in raggianti risate.
Passi sognanti
si accompagnano
verso il futuro.
Ogni dolore tace
tutto è pace.
Squarcio nella terra
all'improvviso però
inghiottì ogni serenità,
pianto popolare si sostituì
alla pace che finì
sospesa tra timore e sofferenza.
Paradiso di Haiti
divenne scenario
con distruzione e morte
turbamento e frastuono.
La gente impaurita
non si dà per vinta
continua a sperare,
vuol ricominciare.
E a noi
non resta che pregare
per una terra meritevole
di florida rinascita.
Mi chiamo Gabry
ma... mi piace essere Sky
- o forse non ho un nome
- o uno vale l’altro
- o tutti fanno nessuno e centomila
Sono quello che ho voluto essere
dopo di me... un comune Nick
e un Click... come piace alla gente
fare oggi… e poi non conti più
- e poi non canti più -
Per questo sono Sky
E vivo nella mia lunga vita
E mai più morirò di morte violenta
Ti vedo da queste rotondità d’azzurro
o di nero
ti vedo dalla mia prospettiva
e volo
e sosto
e medito
Sono finito nell’Infinito
e nessuno mi porterà indietro
Ti aspetto, posandoti le mani sul capo e brinderemo
ancora una volta sui colpi di scena
Nell'afrore del mattino là sulla vigna
rimirai succosi frutti tanto cari a Bacco
tra granitici solchi colmi di gramigna.
Perbacco dissi, si prospetta meno dura,
nello stupore verdi pampini sfiorai
eppur quell'annata faceva cosi paura.
Anche il pensiero, un tempo agro forte
s' addolcì e più non temette la mala sorte
d'inacidire seppur dentro una vecchia botte.
Travolto e rapito nell'incanto in loco restai
pavoneggiandomi come vero allocco
nel cerchio della nuova luna mi ritrovai.
Non so come a quel regno giunsi lesto
a tratti oscuro e luminoso, guardai in basso
vidi un corpo, giaceva nella piana mesto.
Chiesi di tornare e a salutare m'apprestai
mille stelle raggiavano quel mondo.
Tra polvere sbracciando, dal sogno mi destai.
A farlocche stelle volentieri rinunciai
acini gustosi rilucevano sorridenti
la mia modesta vigna più non lasciai.
Genoveffa Frauopere©2021







