Nell silenzio cupo della notte,
sulle note d'un fiato sfumato
occhi di grillo osservano.
Sulla strada mezza nuda
carica di peccati,
attorno a un fuoco
attende la miseria
col conforto di pochi spiccioli
per soddisfare altrui voglie.
Mentre una bocca da sfamare
attende il ritorno a casa.
Forse non sa o non vuole sapere
perché la mamma il giorno dorme
e la notte lo lascia solo a piangere
con la paura del buio.
Domani avrà un giocattolo nuovo
e un paio di scarpe per andare a scuola,
Con un sorriso bagnato di pianto
il bimbo s'addormenta.
Occhi spiano e pensano.
Pensando di scoprire l'arcano
appaiono ridicoli e malfidati.
Fidati ragazzo
amica è la voce.
Attento ai tranelli.
Amici veri son finiti
scopano nei bordelli
ma no!
Hanno chiuso.
Scopano nelle strade.
Spazzino...
Spazzi bene.
Scopano in casa!
Spolvera bene Gelsomina,
ti spio,
fai finta di non sapere,
ti spio lo stesso,
sono un fesso.
Cesso?
Tu l'hai detto.
24/03/2019
la fine della calura lei sancisce,
una sensazione di sollievo all'improvviso,
il sudore scompare per magia dal tuo viso.
Aria fresca esce da alti bocchettoni,
uniformando tutte e quattro le stagioni,
tu ti senti avvolto in un piacevol refrigerio,
sembra il vento di un aereo ad Orio al Serio.
E' veramente una gran bella invenzione,
basta che però paghi il signor Pantalone,
con quel che costa bisognerebbe dar un taglio,
uscendo di casa munendosi di un ventaglio.
Ma nell'era del consumismo tutto è scontato,
anche rinfrescar un ambiente poco frequentato,
la natura ormai ci sta mettendo sugli attenti,
fra un po' mancherà anche l'acqua per lavarsi i denti.
Con te trascorrerò i miei giorni,
è arrivato il momento di guardarci negli occhi,
nei nostri cuori è entrata la felicità,
una beatitudine nel prenderci per mano!!
Gentile gioia non siamo più gli amici qualsiasi,
ora siamo noi, con questa felicità
tutta da comprendere, riusciamo a leggerci
il profondo del cuore sempre a portata di mano,
ci pensi un amore tutto nostro, da leggere,
perché il nostro non è un ti amo qualsiasi,
è più pulito il nostro cielo,
e ci guardiamo così perché il buonumore
ci nasce nell’anima, se il cielo ci ha offerto
questa speciale occasione faremo di tutto per non sprecarla, sei io sono l’uomo giusto
tu sei una creatura speciale,
abiteremo in questa favola, io non chiedo altro
che immergermi in te, non c’è miglior ristoro,
delle tue morbide labbra!!
‘86
«Avevo te.
Sputavo formiche sui tavoli,
vestivo al buio con paillettes rosse
e del wiskey facevo un bicchiere vuoto di notte».
Avevo un cane bianco
e una coppa d'oro
colma di sangue coagulato
e righe di siringhe
riempite col veleno che cura.
La mia benzina era senza piombo
e dormivo di giorno nelle bettole
fra verdi biliardi
che puzzavano di porto.
«Avevo una Lancia marrone conficcata al centro dei ventricoli.
Era il tempo delle mele cotogne, i cinema si vestivano alla superman e i pidocchi rubavano i peli ai cani per rivenderli ai negozi dei parrucconi.
Nessuno parlava di cose buone o cattive abitudini, nessuno parlava di nessuno e tutti di qualcuno.
Le assemblee sociali si sciacquavano la bocca con le società dei bastardi benpensanti e mal pagant
ma alla fine nemmeno esse pagavano un cazzo»
Sul marciapiede posavo lo zaino vuoto dei colmi,
tagliavo il vento di grecale attraversando ponti e porti
e le mie lacrime gonfiavano le ruote degli autobus,
Paperino guidava ancora tenendo un litro di vino rosso
come tacca del sedile.
Le fermate erano a discrezione del conducente e se l’alcol
era finito non si fermava.
Nelle feste appendevo i muri di pietra sotto le scale
e le puntine dei giradischi suonavano solo Dylan.
Palazzi grigi e figli di puttana alti tre metri mi precedevano nel mio cammino,
vatussi del cazzo che mangiavano struffoli e piccioni nel sacchetto del panificio.
I gettoni telefonici erano per le porte del Paradiso, gli squilli erano uomini borderline che ti aprivano le porte delle cabine e io gettavo nei tombini le “gingomme del ponte”.
Avevo vestiti di paillettes e cappelli di paglia rossa e labbra colorate, tre soldi in tasca e Dante era morto prima d'esser condannato al rogo per aver condannato egli stesso.
«Ora non ho più nulla e faccio il vegetale da balcone nelle ore assolate, nella solitudine di città morte d’uomini e vive di morti.
Talvolta vivo pure nei bidoni della spazzatura e la gente mi digrigna la bava addosso quando scoperchia il vaso di Pandora per defecarci i propri egoismi.
Sono il piscio nero che scorre sotto un palazzo grigio e quando la luce della notte si fotte i lampioni un brivido mi prende e trascino le budella lasciando sull’asfalto sapore d’escremento».
Avevo un cane bianco,
tre soldi in tasca
E una busta di sogni
che nessuno imbucherà più nella cassetta postale.
«E spegni quel cazzo di climatizzatore che voglio sudarmi la pelle mentre mi fumo l’ultima cicoria di campagna che ho trovato al mercato»
Pubblicità regresso
«La carta igienica “Tallevio” non verrà fornita per il blocco delle piantagioni di cotone da parte dei bruchi avvelenati»
I mei anni,
Fioca tremula etra in cuore
sei germe regresso
nel tuo accennato chetarti,
ti sottrai dalle mie narici
a piccoli dosi
e in piccole dosi adagi
fronzoli schegge di paturnie
in bagliori di stizza
sull'erba sciatta
dell'anima mia,
come stelle cadute
arse di sogni in fiore
nel balsamo della giocondità
che ansimano chiarori d'albe
in quei miei respiri
appesi a filaccia
consunta d'amore!
Possa io respirare
nuove stagioni
a pieni polmoni
senza velata morte!
Possa io bagnarmi
il viso di lacrime di luce.
Possa io essere
un flusso di vita rigenerato.
Il kalipè veste di speme
e avanza verso le cime
più alte della mia anima
quelle liete aspettative
che sorridono al sole alto.
Amo quei stormi di pennuti
assomigliano a gocce
di coriandoli dispersi
nel loro canto antico,
alleviano grezzi torpori
inermi della stracca
mia nuda essenza
in sospiri tonfi
nel mar dell'oblio!
Possa io lesta riabbracciarmi
ritemprata in germogli d'aliti
con ali boreali
turgidi di verde fiducia
protese in quel destino
che or il suo sguardo amico
dissimula meticolosamente,
inabissandomi nello sconforto
dei respiri sospesi
tra il sudore dell'inferno
e il refrigerio del paradiso.
una papera tenta di improvvisar un nuoto,
lui va avanti come un polveroso trattore,
ignorando i sentimenti di uno spento cuore.
C'era un qualcosa che oggi non c'è più,
una tavola imbandita e odor di ragù,
angurie tagliate a fette giganti,
servite in mano per tutti quanti.
Gesta di operosa di gerarchica premura,
che di te bambino si preser cura,
niente rimane di tutta quella danza,
se non delle foto in una buia stanza.
Cerchi una ragione a questo naufragare,
è il ciclo della vita che vedi materializzare,
e seppur metti in atto lo sforzo che vuoi,
è questa una barca da cui scender non puoi.
Talvolta mi chiedo quale sia il senso della vita
nella scala dei concetti o valori dell'individuo,
fingere per essere accettati o essere se stessi?
Prostrarsi a compromessi per taluni è accettabile
come il farsi valere per ciò che si è e si vuole essere,
non per questo ci si deve prostituire
per accedere alle grazie degli ignavi o furbetti
che non cambieranno mai le loro attitudini.
Forse in altra vita sono stata rivoluzionaria
o in questa non sono in grado di comprenderla
e accettarla, i miei princìpi me lo impediscono.
Preferisco di gran lunga la mia silenziosa mediocrità
che la ridondante fasulla popolarità senza finalità.
Ognuno decide quale sia il senso della sua.
Ora mi ritiro in silenzio a riflettere su questo quesito,
chiudo gli occhi, metto a riposo il cuore
lasciando la mente ad osservare.
Cosa cerca un rospo?
una morte dignitosa e un cartone di latte schiacciato
da scambiare con la prima scarpa,
tipo elica in attrito, il marciapiede.
Siamo troppi
e in troppi a volere il sonno fra le nuvole,
un ascensore che schiocchi baci al principe o sulle chiappe
di una milf,
anche da lontano.
Il contadino sa di terra bagnata e bruciata,
da solo
e aspetta,
aspetta il rospo con la vanga
dietro il fruscio lento
di una pianta rampicante.
e stracci da bruciare.











