Vecchi bambini e donne
uomini qualsiasi
carne macilenta e nuda
vestita solo di anima
gettata
come spazzatura
dentro il Carso
più profondo.
Nessuno deve vedere
nessuno deve sapere
della vigliaccheria dell’uomo.
Là sotto per fortuna
è fredda la pietra
là sotto per fortuna
non ci sono estati ne inverni
a scandire il tempo
dei fiori di ghiaccio.
Che la pietà umana
nel giorno
di una reincarnata primavera
ha sciolto.
Ora
vecchi bambini e donne
uomini qualsiasi
sono alla terra.
Tutti devono vedere
tutti devono sapere
della bontà dell’uomo
che della bianca pietra
ne hanno fatto corpi.
Dentro il Carso
più profondo
un lieve odore
di fiori.
Ho paura di cantare
una canzone in riva
al mare...
Ho paura di cantarla
senza sentimento,
un rauco gracidio
della voce malata
per la pena d'amore.
Le onde fragorose
soffocano il dolore...
Ho paura di cantare,
perdonami se tento.
Perdonami se trovo
coraggio nel tormento...
Ho paura di cantare
una canzone in riva
al mare.
Ma tu sei sorda
come il frastuono
della disperazione.
mi cullo sospeso in questa
ansia di vita
nella lenta liturgia
di parole infrante
spese nel limbo
di una mente inerte
... e aspetto l'alba
disteso sulla sabbia
davanti a un mare scuro
mosso da un vento nomade
messaggero muto
di un giorno nuovo
e di profumi antichi...
Colori spalmati su tela
catturati dall'arcobaleno,
congiunzione tra cielo e terra,
sfumature del vestirsi della natura
è l'immortalar del pittore,
di ciò che i suoi occhi guardano.
Mani modellano la dura pietra,
dando vita e sembianze al mondo
che attornia lo scultore.
Lo scivolar della penna,
su canditi fogli, del poeta
nel compor versi di rugiada
distillati dalle emozioni del cuore.
Nella diversità di occhi spenti,
che vagano nel buio incolore,
solo lo sguardo dell'anima
può descrivere immagini,
sfumature e colori della vita,
concedendo ad essi
l'immaginaria percezione…
Di questi miei lampi
nessuno s’accorge. I sorrisi
sono ciò che di me ammalia,
la mia gioia innamora, anche me.
Combatto e queste le mie armi,
ombrello sotto la grandine.
Arriverà, quel vento salvifico
calmerà la piena del fiume.
A mani giunte, solo questo,
nell’ora del dubbio, piegata
dalle debolezze, all’ombra
delle mie miserie, a confidare
in qualche carezza
per il tormento...
... E, fiduciosa, attendo.
Attendo che uno zefiro
si mostri alle mie acque e
forza riemerga a sostegno
di un vivere che, talvolta,
si fa un po’ triste…
il tuo sguardo
le tue parole
che odo nella mia testa.
Il tuo sorriso
non posso dimenticarlo.
Il mio cuore è con te
sei nei nostri cuori,
nella nostra vita.
Mi basterebbe
solamente un semplice
“ciao”.
Ma posso solo
sentirlo dentro il mio cuore
dentro la mia testa.
Vorrei dimenticare le lacrime,
vorrei stravolgere la vita…
Ed essere sempre con il sorriso
come lo eri tu.
Non dimenticherò mai
quanto eri straordinaria
in ogni situazione,
seppur nella tua grande fragilità.
Un giorno
ti guarderò negli occhi
e leggerò il tuo stupore.
le volte che un po’ strano mi vedi
lontano anni luce da quegli anni
quando per me ammaestravi il sole
per non vederti piangere la sera.
Disegnami un sorriso
quand’è inceppato il mio cammino,
assorto io a contemplare i bordi
dimenticando di puntar la meta,
la vita, come tu l’hai definita.
Testarda nostalgia…
Adesso che tuo figlio ti colora
passando e ripassando le sue dita
su questa foto così ardua prova,
disegnami un sorriso, madre mia!
dove la montagna a strapiombo
si tuffa dentro il mare?
Dove si sta in silenzio a contemplare
la vita sulle ali dei gabbiani
a sfiorare le onde e la nostra fantasia
l’attimo che dura eterno
la commozione per un alito di vento.
Esistono ancora gli ideali
i sogni, le utopie
le scalinate che portano verso il niente?
Esiste ancora l’altruismo
la responsabilità, il senso della vita
l’ amore e l’umanità
o siamo braccati
imprigionati da questa appartenenza
questa realtà che uccide
che ci rinchiude in un unico pensiero
in case trincea e suoni metallici
parole virtuali e gesti calcolati.
Esistiamo ancora o ci stiamo estinguendo?
Sulla linea tratteggiata,
è una zipline di timori
e donnine a bordo strada.
Un corvo mi parla ma non l'ascolto nemmeno,
continuo a destreggiarmi nelle curve di chi ero,
Veleno, burroni, voragini, gran canyon, scalate, rincorrendo uno sparviero.
Per poi raggiungere le vette del mio ego.
E cado giù.
Monossido,
le idee come caverne,
è tutto un saliscendi ,
annuso le calendule.
Ma le getto via.
Rifiuto, conati, tremori.
Certe volte è molto meglio starne fuori,
dalla normalità che ti sgola,che ti assale,
mentre scrivo mi ribalto in tangenziale.
E resto lì.
È scaduto il tempo,
Sorrido mentre brucio.
Un ultimo saluto.
Chernobyl.
cianfrusaglie di una
malinconia senza nome
dentro queste notti insonni
che soffocano il respiro.
E mi copro il cuore,
col freddo che ritorna
a gelarmi i ricordi
di una vita cucita,
scucita e rammendata...
Albe senza coraggio,
pomeriggi troppo stanchi,
notti lunghe come una nave
che impiega troppo
tempo ad affondare...
Mi sorrido,
ad un viso stanco,
nell’indifferenza
di ogni mio respiro,
che allo sfogliarsi dei giorni
dove la luce ormai s’è spenta,
vivo... d’un amore più che finito.
Ed io ancora qui,
tra gazze e tortore innamorate
a stupirmi e a chiedermi
della sua perseveranza.
Chissà se, mai, s’immalinconisce,
come quando un figlio
è lontano, come quando causa
è già persa. Chissà se, mai,
vacilla sotto il peso
della sua grandezza. Come
ad essere uomo e donna,
al contempo, madre e padre
insieme...
Ma, al mare non fai domande,
lui non ha risposte, a lui
tristezza non coglie
se non la nostra. Lui è quel che è,
meraviglioso giardino segreto
ad accogliere…










